A volte, una canzone è così intensa che non basta ascoltare. Non basta premere play in loop, né sentirla con le cuffie a palla alle 3 di mattina – cosa che consiglio comunque vivamente, nel caso abbiate voglia di masochismo o di esperienze particolarmente intense. Quando il legame tra ascoltatore e musica è così profondo c’è bisogno di immergersi totalmente nel suono, farsi circondare e affogare in esso – una cosa fisicamente possibile, forse, solo durante un concerto. Quell’amore particolare si concretizza nel basso che rimbomba nella cassa toracica, nelle urla tra una canzone e l’altra, nei testi cantati a occhi chiusi o fissando in adorazione il palco, nella speranza di un fugace contatto visivo con l’artista.

Abbiamo avuto il privilegio di vivere quest’esperienza con i Caveleon, in una serata all’Arci Bellezza di Milano per il release party del nuovo album, che sembrava avesse qualcosa di davvero magico nell’aria.

Se volessimo descrivere visivamente il loro ultimo disco, Sometimes I’m Still Drowning, lo potremmo definire come un’opera che unisce la pittura paesaggistica allo stile del capriccio. Spiegato in termini semplici, parliamo di un paesaggio in cui fanno da padrone antichi edifici monumentali ma rovinati dal tempo, avvolti da rovi e piante di ogni tipo. Uno scenario all’apparenza desolato ma decisamente suggestivo, insomma: ci troviamo davanti una natura rigogliosa, potente, come se volesse ricordare all’uomo che l’unica opera umana destinata a permanere nel tempo è l’arte. Un pensiero per alcuni terrificante, per altri angosciante, ma estremamente affascinante per chi vive di arte; forse, questo è uno dei principali motivi per cui l’uomo si rifugia nell’arte stessa: eternizzare i propri pensieri, i propri stati d’animo, confidando che la propria opera sia in grado di tramandare questo patrimonio ai posteri. La stessa fiducia che i Caveleon ripongono l’uno nell’altro: come ci raccontano (con Federico assente, che ci è però stato spiritualmente vicino), c’è sempre stata una grandissima intesa tra di loro. Comunicare tramite il linguaggio musicale per questi ragazzi è un’esperienza che risulta quasi naturale, fluida – e come credere il contrario, se tutti e tre utilizzano nello stesso istante proprio il termine fluido per descrivere tale rapporto? 

Una connessione tanto naturale potrebbe sorprendere, considerando i background diversi da cui provengono i vari membri: alla domanda “qual è album che ha acceso in voi la scintilla del voler fare musica?”, Leo risponde con White Album dei Beatles, Agostino con Led Zeppelin IV. Giulia, invece, ha capito di voler fare della musica un lavoro in un periodo in cui ascoltava particolarmente For Emma, Forever Ago dei Bon Iver. Nonostante queste apparenti differenze, si autodefiniscono “l’uno l’estensione dell’altro”, pur mantenendo ciascuno una propria identità: come quattro alberi le cui radici s’intrecciano tra di loro, fin quando sembra che non si riesca più a distinguere la fine di uno e l’inizio dell’altro. Sembra, per lo meno. Perché pur facendo parte di un unico, armonico, grande intreccio, restano ben distinti. Allo stesso modo, ogni membro dei Caveleon porta qualcosa di unico alla band, facendone parte integrante e allo stesso tempo distinguendosi per qualcosa in particolare. Nasce dunque una fiducia speciale tra ognuno di loro, che va ben oltre la semplice chimica: si affidano a vicenda i propri sogni, i propri obiettivi, la stessa voglia di eternizzare quei segreti e quei pensieri che altrimenti andrebbero forse persi nel vento. Un rapporto quasi simbiotico, unico, diverso da qualsiasi cosa che si possa sperimentare nella vita. 

E se questo già si capisce dai primi ascolti di Sometimes I’m Still Drowning e del primo EP Caveleon, permettetemi di dire che dal vivo è ancora più immediato ed evidente. Notando i loro sguardi d’intesa, la complicità, la loro naturalezza nell’esibirsi insieme viene fin troppo facile pensare che questi ragazzi lavorino insieme da molto tempo, forse dalla primissima adolescenza – sconvolgente pensare che il progetto Caveleon sia invece nato solo tre anni fa. Le voci di Leo e Giulia si completano e si esaltano a vicenda allo stesso tempo, la batteria di Agostino contribuisce a creare talvolta tensione, talvolta un’energia pazzesca, accompagnata dalle ipnotiche quanto suggestive tastiere di Federico

Anche in live (anzi, forse soprattutto nei loro spettacoli), è evidente la grande cura ai dettagli dietro ogni lavoro del gruppo, quanto sia fondamentale il contributo di ciascuno. Se per loro i brani che più rendono dal vivo sono Tell Me, Burn Like The Sun Earthquake, noi ci sentiamo di mettere in evidenza quanto anche Journey faccia la sua iconica figura – non a caso si tratta pur sempre del brano apripista, di ciò che definiscono come il “biglietto da visita per il loro universo”. È un eccellente riassunto del loro percorso, racchiude perfettamente da dove sono partiti e dove vogliono arrivare. Semplice ma maestosa, nasce dall’esperienza e dall’immensa voglia di quattro ragazzi di amplificare e rendere concreti i propri pensieri in modi che solo una lingua non parlata come la musica sa fare. Proprio come un tempio greco circondato dalla natura, o una balena immersa in un bosco, la loro musica nasce per chi non si accontenta di ammirare l’arte: a volte, per apprezzarla davvero, occorre davvero affogare nella bellezza.