Nel 2018, alla sua diciottesima edizione, Club to Club è diventato maggiorenne, e nel farlo, da bravo maggiorenne, ha affrontato l’esame di maturità, quella che nel caso di un festival può trasformarlo da un evento locale a un evento internazionale. Da un evento musicale, a un evento culturale.

La prima prova è superata: la line up all’avanguardia che ha sempre caratterizzato il C2C è anche quest’anno confermata, ma è chiara la volontà di trasformarsi da “festival-con-la-data-italiana-di” a luogo capace di ospitare esibizioni uniche, in grado di spostare persone da ogni parte d’Europa. E la seconda serata, quella con una delle 3 date mondiali di Aphex Twin, è stato tutto questo.

Passiamo alla seconda prova: superata anche questa. Sullo sfondo di una Torino che in molti vedono in piena recessione culturale, l’intento di essere una Luce nel Buio assume, al di là del richiamo a Battiato, una chiara posizione politica e programmatica, che va ben oltre i commenti sui nomi in cartellone. In più, il C2C conferma di stare diventando, anno dopo anno, non solamente un festival di musica elettronica ma un luogo aperto a più generi, un luogo in cui la musica non solo si ascolta ma si discute e si vive in tutta la città. I tanti eventi all’Ac Hotel, all’Ocr e quelli più inusuali al mercato di Porta Palazzo sono una chiara dimostrazione della direzione intrapresa.

Poi ci sono la musica, i concerti, i set, certo. Che (per fortuna) rimangono il cuore del C2C. È inutile cercare di dare un giudizio, per forza parziale, sulle tante esibizioni dei tanti artisti. Club to Club è un luogo dove ognuno ormai può trovare il suo momento perfetto, scoprire il nome nuovo che non si aspettava, rimanere deluso da quello che attendeva di più.

Cosi c’è chi dice che i Beach House (vedi foto) si siano confermati come uno dei gruppi Dream Pop migliori al mondo, con un concerto tutto di atmosfere dilatate a cui abbandonarsi, c’è chi li ha trovati noiosi, incapaci di aggiungere una dimensione live ai loro dischi. C’è chi ha trovato il set di Jamie XX eclettico e genuinamente divertente, chi invece l’ha trovato poco coraggioso e non in grado di sostenere il ruolo da headliner. C’è chi ha trovato Peggy Gou una pestona con classe, chi ha detto che cazzo fai con la maglia della Juve addosso ti prego no.

Uguale la seconda sera: per qualcuno Yves Tumor è stato sotto le aspettative, per altri è stato uno dei momenti più alti del festival. Per qualcuno Serpentwithfeet, con i suoi suoni lenti, onirici, il suo cantato al limite del gospel era fuori luogo, se non altro come timing dell’esibizione, qualcun altro l’ha trovato il perfetto preludio al delirio visivo e sonoro di Aphex Twin.

Già, c’è pure chi ha commentato che, al di là dell’aspetto scenografico, il set a sorpresa di Kode9 sia stato più interessante dell’esibizione di quello che, per altri, è stato l’avvento del Messia.

Ecco, solo su questo ci permettiamo di concederci un minimo di obiettività. Perché lo show di Aphex Twin (vedi foto), al di là di ogni giudizio personale, ha mostrato come l’artista irlandese, nelle lunghe pause fra le sue apparizioni in pubblico, viva in una tempolinea diversa da quella che accomuna tutti noi. Il risultato è stato uno spettacolo totalmente inedito, una specie di messa di una religione post-singolarità in cui i robot celebrano i loro riti circondati da una platea di semplici umani ormai inadatti a comprendere appieno il contesto che li circonda.

Un’esibizione che è stata un punto di arrivo per un festival che è partito piccolo e aspirava a diventare riconosciuto fra i grandi. Un punto di partenza per un festival che ora, da adulto, è pronto ad andare a conquistare il mondo.

 

Photo courtesy @ Andrea Macchia e press clubtoclub.it