Con oltre 30.000 presenze nel 2017, TOdays torna per la sua quarta edizione dal 24 al 26 agosto, dal primo pomeriggio a notte inoltrata, non solo con una sequenza di concerti e artisti per riempire un cartellone, ma con una line up ambiziosa e mai schiava delle mode. In tre giorni si scopriranno musiche nuove, strane, forti, che fanno bene.

TOdays, come emerge dalle parole di Gianluca Gozzi – direttore artistico del festival che abbiamo intervistato e che ci ha contagiati con la genuinità della sua passione, con la capacità di non porre un freno al proprio progetto ma, al contrario, di alimentarlo anno dopo anno – racconta le città del mondo a Torino e Torino, a sua volta, al mondo intero rendendo centrali quei luoghi di periferia dove incontrarsi e dove incontrare, e ne interpreta il dna che si trasforma, capace di coniugare musica, arte e architettura, verde, romantiche memorie e contemporanee suggestioni.

Cos’è per te TODAYS e come nasce.
TOdays per me è esattamente quello che è il nome. L’oggi, il presente.
Nasce quindi con questa idea di fare una fotografia schietta, sincera, però viva, dinamica, in movimento, riferimento di quello che è il presente anziché rincorrere quello che è stato o al contrario anticipare ciò che verrà.
Per una volta mi piaceva l’idea di un festival che in qualche maniera, mescolando in contemporanea star internazionali e musica nostrana attuale, facesse propria questa operazione “presente” e aggiungo non solo nella musica ma anche nell’intreccio delle varie arti che hanno un pubblico contemporaneo, non più diviso per generi ma trasversale.

Quindi che atmosfera vorresti si respirasse.
Vorrei che per tre giorni, giovani e meno giovani, si immergessero in un’atmosfera “inclusiva” e non “esclusiva”. Tornando poi a casa non dicendo “è stato come me lo immaginavo” ma esattamente il contrario, quindi lasciandosi completamente trasportare, osando.

E cosa ti da più soddisfazione dell’organizzare TOdays?
La risposta più spontanea? Arrivare alla fine. In Italia organizzare eventi di questo tipo è molto faticoso. Inoltre il tempo reale di chi organizza e percepito diversamente da chi vive l’esperienza come ospite. Risulta sfasato. Mi rendo conto com’è andata attraverso i commenti che leggo ad evento finito.
La soddisfazione maggiore sta quindi nel far coincidere questi due tempi: nel godersi, nel cogliere ogni istante di tutto questo e sapere di aver fatto qualcosa di importante per te e per gli altri. Non solo “intrattenimento” ma, senza presunzione, qualcosa di culturale tale da incidere sulla nostra vita sociale, sulle scelte che in qualche modo facciamo ogni giorno.

Ora un focus sulla città. Torino e musica, Torino è musica?
Guarda proprio in queste ore (Intervista realizzata il 20 giugno) c’è una mobilitazione online con l’hashtag #sostorino e a quanto pare il tuo accostamento, il pubblico, il cittadino, sembra non riesca a coglierlo. Situazione che non è legata solo alla città ma anche al “Paese” che sta diventando sempre più autoreferenziale, che guarda al suo interno – ok le eccellenze non mancano – con una visione sempre meno allargata, meno internazionale.

Sicuramente Torino ha una sua lunga tradizione, soprattutto nell’underground, a partire dagli anni ottanta, dai circuiti indipendenti. Tutte le arti, in generale, hanno alimentato delle correnti, creato dei fermenti, degli stimoli, se pur caotici ed a volte un po’ dispersi. Io ho invece sempre vissuto, per quello che è la mia esperienza, una citta “porto” ma senza il mare. Tanto fermento, un luogo dove le persone viaggiano, si incontrano, creano, ma manca il movimentare il tutto, il farlo uscire a dialogare con il mondo esterno.

Poi l’uniformità di proposta odierna non aiuta. Purtroppo è come se la città si fosse un po’ annoiata. Todays, in merito, ci tengo a sottolineare, è invece molto trasversale con oltre un 40% di pubblico non torinese e, in parte difficile da credere, proveniente anche dall’estero.

E quindi potremmo dire che i Festival italiani non sono in salute come quelli dei cugini europei?
Ti rispondo senza ipocrisia. L’Italia non è un paese da festival. Si chiamano festival cose che non lo sono. Sono in realtà delle rassegne. Vorrei che da ogni ponto di vista artistico, sociale, politico, il nostro paese fosse meno autoreferenziale.

La vostra frase “osare l'(im)possibile al posto dell’ovvio” credo fotografi alla perfezione questa situazione.
E’ visibile nella cultura italiana, in tutte le sue forme, questa attività rivolta su se stessa. Non a caso, in questo ultimo periodo, la musica nostrana sta toccando il picco di gradimento più alto di sempre, a discapito di cose più difficili.

Il problema è anche dietro ad una tastiera. Siamo spesso pronti a sostenere online che vorremmo nel nostro paese artisti nuovi, meno ovvi,  ma queste persone poi purtroppo sono le stesse che ai suddetti concerti fisicamente non ci vanno. Diversi artisti di punta della scena internazionale, in Italia, di fatto non vengono o se lo fanno ottengono numeri ben diversi da quelli riscontrati nel resto d’Europa.

La line up 2018 di TOdays in tal senso, invece, unisce Leggende al nuovo che avanza.
Si mi piace pensare che chi torna a casa dal nostro festival possa dire “Sono stato a Todays”, non a vedere Ariel Pink o My Bloody Valentine o un singolo artista. Il mio consiglio è quello di lasciarsi cullare, di immergersi, di vivere la line up nella sua interezza. Vivere l’esperienza che distingue il Festival dal singoloro concerto.

Anche i diversi luoghi, il giorno e la sera, caratterizzano fortemente il vostro festival.
Abbiamo fatto una scelta che all’alba della prima edizione sembrò paradossale. Passare da eventi in grandi piazze in centro ad aree periferiche, in parte gratuiti in parte a pagamento, e in un periodo – fine agosto – in cui uno penserebbe di essere al mare ovunque pur di non ritrovarsi nella nostra città.
L’idea era di rendere centrali musiche periferiche, musiche di confine. Quindi scegliere le periferia come luogo decentrato solo dal punto di vista geografico ma non culturale. E abbiamo cercato di farlo andando a scoprire e riqualificare luoghi che non fossero convenzionali.
Da noi, effettivamente, il festival si vive dal primo pomeriggio a notte fonda, partendo da TOlab – incentrato quest’anno sulla realtà virtuale – in gallerie d’arte fruibili a tutti gratuitamente (senza essere addetti al settore), proseguendo poi con la parte live che si prolunga dalle 18 alle 4 del mattino per una immersione “totale”.
Il tutto a km zero, muovendosi da una location all’altra agevolmente anche a piedi.

La vostra è in un certo senso una mission?
La presenza di gallerie d’arte esempio suggerisce utilizzi non convenzionali alle amministrazioni locali con spunti o finalità da ripetere anche durante l’anno e non solo in occasioni speciali come queste. In sostanza questi luoghi possono essere rilanciati dal fermento che TOdays può generare e che va oltre i 3 giorni di festival.

Credi quindi che la musica in un momento socio culturale come questo abbia la forza o la capacità di rigenerare? Può essere una buona medicina?
Si, lo credo fortemente. Probabilmente l’unica ragione per la quale tutt’ora persevero.
La musica forma le nostre opinioni, ci permette di stare nella contemporaneità e di vivere con curiosità.
Nel nostro, esempio, fin dagli esordi, abbiamo osato accostando artisti giovanissimi e poco conosciuti a star internazionali e il risultato è stato sorprendente. Il primo anno una Levante agli esordi prima di salire sul palco pensando che il pubblico fosse li per il big di turno disse spaventata: “questi mi ammazzano” e invece ciò non accadde. Anzi si verificò il contrario, con un parterre stupito e che aveva scoperto una nuova artista. E’ quindi importante andare a vedere ciò che non si conosce. Un festival dovrebbe fare questo e raffigurare ciò che difficilmente troviamo nel quotidiano. La musica incidere sulle persone, sul sociale, sulla politica e le parole “concerto”, “festival” poter rimanere presenti sul dizionario, tramandate alle generazioni future. Evitando cosi che tutto sia uniformato, puramente di consumo, di intrattenimento, differente dal fare cultura.

Gianluca salutaci con uno spot da speaker radiofonico, invitando i nostri lettori al festival!
“Venite non perché ne vale la pena ma perché ne vale la gioia.”

 

 

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