Djo
Per chi ancora non lo sapesse, Djo è Joe Keery, è Steve Harrington e anche quello di End of Beginning (la canzone when I’m back in Chicago) colonna sonora di tutti i video di fine anno del 2024.
Metto subito in chiaro che Djo l’ho scoperto musicalmente tardi e che è stato grazie alla fama gigante di Stranger Things, poi mi sono completamente innamorata della sua musica. E infatti sono andata a due concerti di fila, ve lo consiglio? No, se siete Millennial come me.
L’ansia
Mesi e mesi di video sui social dei concerti in giro per il mondo mi stavano convincendo ad arrendermi e comprare un biglietto per uno dei festival europei dove avrebbe suonato (definirei il mio algoritmo il carnefice di questa storia). Per fortuna non l’ho fatto, ho resistito. Vengono annunciate due date in Italia e per una lunga serie di circostanze favorevoli li prendo entrambi.
Ho avuto la fortuna di poter andare a tanti concerti; la musica è sempre stata una parte centrale nella mia vita, un posto sicuro. Ma come tutte le cose che fai spesso, diventano quasi abitudine. Questo concerto invece mi ha riportato un po’ quell’ansietà adolescenziale dell’attesa dei mesi precedenti, a quella sensazione di euforia incontrollabile appena vedi salire sul palco la tua band preferita. Ho rivissuto tutto anche grazie all’età media del pubblico (bassa, bassissima), ho visto quella scintilla negli occhi delle ragazze in prima fila, in coda al bagno, mentre cercavano il posto migliore in cui sistemare il cartellone.
La me adolescente comunque è molto contenta; la me adulta è fisicamente e psicologicamente provata.



(Foto scattate con macchina fotografica analogica)
Roma & Milano
A Roma fa caldo, siamo nella quinta ondata di calore dell’anno. Lo schivo ben due volte, la prima mentre, nella sua Harry Styles’ era, fa jogging sulla terrazza del Pincio, io annientata dal caldo nella piazza esattamente sotto. La seconda, appena prima del concerto fuori dall’auditorium, mi fermo a osservare delle persone sedute in cerchio, oltre un cancello. Eccoli li, Joe e la band. Incrocio lo sguardo con una ragazza “Hai visto anche tu quello che ho visto io?” fingiamo di chiacchierare. Poco dopo si alzano, “Questa è la tua occasione, è arrivato il momento, ORA FAI LA TUA MOSSA”. Ho alzato una mano timida e ho fatto ciao. Dall’altra parte del cancello, il chitarrista della band mi risponde con un altrettanto timido ciao. Spariscono nel backstage, sipario.
A Roma l’auditorium (Ennio Morricone) è piccolo, raccolto, bellissimo. L’aria è ovattata, densa di attesa. Le prime file del parterre sono fitte. Mi accorgo definitivamente di essere “fuori target” quando voglio accendermi una sigaretta, ma guardandomi intorno nessuno sta fumando. Lentamente metto a fuoco le persone: ventenni, bambini con i genitori, adolescenti con i genitori. Ci sono molti telefoni, è vero, ma ci sono anche molti cartelloni. Raga, i cartelloni, con scritte colorate e glitter.
Eppure la musica di Djo è una musica “antica”, fatta di chitarre pesanti e richiami alla psichedelia anni ’70. Ma è bello pensare che sia i più giovani che chi era lì solo per vedere Steve abbia scoperto tutto un mondo di musica “vecchia” e analogica. Anche la scelta della playlist pre-concerto è coerente: Elton John, David Bowie, Bruce Springsteen, Beck, e a Milano viene aggiunta Jolene in onore di Dolly Parton, scomparsa proprio quella sera (brividi lungo la schiena). Band di supporto i Witch Post, sì, ho amato anche loro.
Il palco è essenziale: strumenti, luci studiate alla perfezione e uno schermo che proietta colori che sembrano aberrazioni cromatiche delle vecchie pellicole. Tutto rispecchia Keery, polistrumentista, attento a ogni aspetto della sua musica, ma senza sovrastrutture, mai invadente, uno dei buoni (schierato contro trump, contro l’ai, al fianco di Mamdani). La connessione che crea con il pubblico è veramente tenera, soprattutto a Roma, città in cui ha vissuto e che ama alla follia, racconta cose, parla delle sue canzoni, sbaglia e ride. Joe sul palco sembra un bambino iperattivo: canta, suona, salta, corre, si butta per terra, e sicuramente è lui lo showman, ma al suo fianco c’è una band di musicisti incredibili, alcuni suoi amici d’infanzia, alcuni pezzi della sua vecchia band Post Animal, insomma tutto è famiglia, la famiglia scelta.
Le canzoni sono riarrangiate per il live, sono accompagnate da assoli di batteria, si legano l’una all’altra, in un flusso quasi continuo, tra il caldo e le parole imparate a memoria e urlate fortissimo.
Il concerto si chiude con Se Telefonando di Mina, che Joe intona al microfono, indossando una bandiera italiana regalata dal pubblico. Può farsi amare più di così? Difficile.




Post concerto
In conclusione ANDATE A VEDERE DJO! Ma non a due concerti di fila, nelle estati della crisi climatica, a 500km di distanza l’uno dall’altro, soprattutto se non avete un jet privato.
Mi sono pentita? Forse un pochino.
Lo rifarò? Certo che sì.
Steve è morto, lunga vita a Djo.