Dal Mediterraneo alle terre rosse del Nord Africa, passando per l’immaginario cinematografico italiano degli anni Settanta, Dario Jacque costruisce con SANG un percorso musicale stratificato e identitario.
Il nuovo album, distribuito da Artist First, non è solo una raccolta di brani, ma un concept che intreccia afrobeat, jazz e melodie mediterranee in una narrazione sonora compatta e riconoscibile. Ispirato alla filosofia del libro “Pensieri Meridiani” di Franco Cassano, SANG si muove tra tradizione e sperimentazione, recuperando suggestioni delle colonne sonore anni ’70 – da Piero Umiliani a Amedeo Tommasi – per rileggerle in chiave contemporanea. Ne emerge un lavoro che parla di Sud come spazio culturale e simbolico, di contaminazione come linguaggio naturale, di identità come forza creativa, un disco perfetto da ascoltare in viaggio o per viaggiare stando fermi.

“SANG” evoca il sangue, il meridione, il calore. Cosa rappresenta per te questo titolo in relazione al sound del disco?
Oltre ad essere una parola del mio dialetto, “SANG” racchiude l’estetica del lato A e del lato B: Nel lato A, “sangue” è da intendere come radici, impulsi, l’essere sanguigno, l’intensità dei momenti, il sudore, il groove, la rabbia musicale e l’energia pura. Nel lato B invece come passione, amore, romanticismo, visceralità.

Nell’ispirazione per questa produzione c’è più il passato (la nostalgia e riferimenti alle soundtrack anni ’70) o il futuro (un desiderio di evoluzione e di ricerca di un suono contemporaneo e futuribile)?
É un ibrido tra passato e futuro che determina il nostro presente. La volontà di prendere spunto dai grandi del passato in una chiave attuale, che guarda al futuro e a un’evoluzione del sound oltre che a una nuova estetica della scena italiana.

In brani come ‘La Sciroccata’ o ‘Piano di Evasione’, si percepisce una forte componente narrativa. Come nasce la tua scrittura? Parti di un flusso di immagini da raccontare in musica o dalle linee ritmiche?
Ogni brano a un processo a sé. Non ho una linea guida, a volte un’immagine può evocarmi un suono o un groove, altre volte una sensazione mi fa venire in mente una melodia, un’esperienza di vita mi fa venir voglia di raccontarla con la musica oppure può nascere semplicemente un’idea in sala alla quale successivamente do una storia e un immaginario. Per il mio processo creativo é fondamentale avere una storia o crearla da zero.

Come bassista e produttore come sei riuscito ad equilibrare la parte elettronica con quella jazz/afrobeat?
Ho sempre pensato che il jazz potesse aiutarmi ad aprirmi a contaminazioni piuttosto che chiudermi in uno stile. Per me il jazz é un linguaggio che unisce e che mi serve ad ampliare la mia creatività. Io amo tanta musica diversa e sento di essere musicalmente ciò che vivo e ciò che ascolto, quindi provo solo a raccontare in maniera naturale una parte di me.

Come porterai queste sonorità stratificate e cinematografiche sul palco?
Sul palco mi piacerebbe portare più elementi e timbriche possibili dato che il disco ha tanti colori diversi. Saremo almeno in sei e sarà un live con momenti differenti. Vorrei che la gente ballasse in alcune momenti e vorrei che in altri si facesse trasportare dai momenti più riflessivi del concerto.

Un sogno nel cassetto?
Se sogniamo in grande, suonare una volta nella vita con Herbie Hancock, mi basterebbe anche un confronto. Sogno anche di partecipare al festival di Cannes. Sarebbe bellissimo lavorare con Sorrentino o i fratelli D’Innocenzo. Se allargo l’orizzonte direi Quentin Tarantino ma ci stiamo allargando troppo.