Avevo intervistato Davide De Luca nel 2022, proprio su queste pagine. Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata parecchia e nel suo caso una buona parte è passata per Amsterdam, dove ha messo a fuoco la direzione da prendere.
Quattro anni dopo ritrovo un artista molto più definito nella sua identità: Davide sembra sapere esattamente quale musica vuole fare e la sua traiettoria punta verso un incontro ancora poco frequentato nella scena italiana, ovvero R&B e Nu Funk. Melodie sofisticate e leggerezza pop, suggestioni internazionali unite alla lingua italiana.
A X-Factor questa fortissima identità si è vista da subito. Alle Audition con Virtual Insanity dei Jamiroquai – con cui raccoglie tre sì da Irama, Jake La Furia e Francesco Gabbani – e poi ai Bootcamp, dove sceglie di rischiare davvero col brano Amsterdam: niente cover rassicurante, bensì un inedito scritto pochi mesi prima del suo trasferimento in Olanda. Tre giudici dicono no, Gabbani resta il solo a difenderlo: “La cifra che ha lui non l’abbiamo sentita in molti altri nelle Audition”. Una frase che, involontariamente, centra il punto della questione. Perché Amsterdam non è un pezzo che cerca di assomigliare a ciò che sta già funzionando nel panorama musicale italiano. Ha una melodia articolata e un’attitudine apparentemente spensierata. Portare un brano così in un talent è stata una scelta coraggiosa, ma anche un piccolo test per chi stava dall’altra parte del tavolo: quanto spazio siamo disposti a concedere a una proposta che non entra immediatamente nelle categorie a cui siamo abituati? A giudicare dall’esito, non abbastanza. Ed è forse questo il rimpianto maggiore. In una scena maschile italiana che troppo spesso tende a convergere verso codici e atteggiamenti già riconoscibili, Davide De Luca offriva la possibilità di imboccare un’altra strada, che non sappiamo cosa avrebbe portato dentro X-Factor. Sappiamo però che lui ha deciso di continuare a percorrerla fuori.
La tua avventura a X-Factor si è fermata quando hai scelto di presentare un inedito. Quale parte del tuo progetto pensi non sia riuscita a emergere fino in fondo? E cosa ti ha lasciato questa esperienza?
Di sicuro partecipare a questo tipo di format mi ha fatto capire molto di più quelli che sono i processi televisivi. Trovarmi in una situazione di così grande rilievo e attenzione mediatica ha creato in me una sorta di corazza, utile a gestire l’ansia all’interno di certi ambienti. Il programma mi ha fatto capire tante cose anche a livello umano. Penso a quante persone ho conosciuto che, come me, inseguono lo stesso sogno, a come la musica unisca per davvero e a quanto sia importante perseguire le proprie idee e i propri obiettivi senza farsi scalfire da ciò che ci circonda.
Gabbani ha definito la tua una ‘melodia colta’ e ha sottolineato quanto la tua cifra fosse diversa dalle altre. Essere riconoscibile, però, può diventare paradossalmente uno svantaggio in un talent. Hai avuto la sensazione che la tua proposta fosse più difficile da incasellare o da capire?
Credo che avere un’identità molto definita possa essere sia un punto di forza che un limite, soprattutto in un contesto come quello di un talent. Io sono arrivato con un’idea musicale abbastanza precisa: cercare di portare nella lingua italiana influenze R&B, soul e Nu Funk che fanno parte del mio percorso e dei miei ascolti. Probabilmente era una proposta meno immediata da collocare rispetto ad altre, ma non credo che questo significhi essere più difficili da capire. Significava chiedere di entrare in un linguaggio che magari non ha ancora moltissimi riferimenti nella scena italiana. In ogni caso non vorrei mai rendere la mia musica più facilmente incasellabile soltanto per adattarla a un contesto. La cosa che mi ha fatto piacere delle parole di Gabbani è che, al di là del sì o del no, ha riconosciuto una ricerca e un’identità. Per me questo conta molto.
Amsterdam è forse il brano che racconta meglio il punto d’incontro tra il tuo percorso italiano e gli anni trascorsi in Olanda. Quanto di Lecce e di Amsterdam c’è nella costruzione della tua identità musicale?
Il mio percorso nasce in Italia, con gli studi jazz al Conservatorio Nino Rota di Monopoli. Amsterdam mi ha dato la possibilità di confrontarmi con una scena molto più contaminata, dove convivono culture e sonorità molto diverse tra loro, e per me è stato naturale avvicinarmi a influenze che arrivavano soprattutto dal Regno Unito e dagli Stati Uniti. Allo stesso tempo, vivere fuori mi ha fatto capire quanto fosse importante per me mantenere un legame con l’Italia. Mi interessava capire come quelle sonorità potessero incontrare la nostra lingua e il mio modo di scrivere. L’Olanda mi ha aperto a nuovi linguaggi, mentre l’Italia mi ha fatto capire quale fosse la voce con cui volevo raccontarli.
Il tuo primo album ruota intorno al tempo e all’ansia di non riuscire a viverlo pienamente. Da quale esigenza nasce questo tema?
Credo sia un album che parlerà un po’ a tutti, perché l’inesorabilità del tempo che fugge è un tema universale. L’album vuole dire: ehi, non siete i soli a provare determinate cose, quindi partiamo insieme in questo viaggio verso l’auto-accettazione del tempo, con tutti i dubbi e le angosce che ne derivano. Al termine di questo percorso interiore, si raggiunge quella tanto ambita pace interiore e quella consapevolezza che prima non si aveva.
Il prossimo singolo, Anime disperse, anticipa qualcosa della direzione dell’album?
Anime disperse (fuori il 16 ottobre) vede la collaborazione con Lauryyn, cantante neo soul che stimo molto. Parla di due anime che hanno scelto di separarsi in quanto non più compatibili. Ma non sempre queste due anime appartengono a persone diverse, a volte convivono nella stessa persona che non si riconosce più. Anche qui il ruolo del tempo che passa è predominante, tanto quanto la scelta delle sonorità, che richiamano quelle analogiche dei synth degli anni 80-90. Tutto l’album è un elogio a quei suoni analogici che riescono a distanza di anni a toccare l’anima in un modo unico e insostituibile.
Hai scelto di tornare in Italia proprio perché sentivi che la tua musica apparteneva a questo Paese. Oggi quanto spazio pensi ci sia davvero qui per R&B e Nu Funk cantati in italiano?
Confido tantissimo nel gusto della gente, soprattutto delle nuove generazioni che apprezzano generi che si credono estinti come l’R&B, e anche generi che stanno fiorendo dall’altra parte dell’oceano, come il Nu Funk. Se poi questi generi incontrano l’ironia e la tradizione italiana, ecco che la scena musicale si evolve e lascia spazio alle novità.