“Levia Gravia“, primo album degli ESERA, trio alternative rock toscano, nasce dall’ oscillazione continua tra due grandi opposti, ovvero la leggerezza e la gravità, e la trasforma in suoni ora più dolci ora distorti, che diventano, ascolto dopo ascolto, quasi un rituale. Un disco che rifiuta le cose semplici e abbraccia la tensione, muovendosi tra elettronica e folk, art rock e trip-hop, suggestioni classiche e derive mediorientali, senza mai cercare un centro stabile.
Ogni brano è un frammento di un percorso più ampio: un attraversamento del deserto della fragilità umana, dove spiritualità, corpo, memoria e perdita convivono nello stesso spazio. In questo track by track, gli ESERA raccontano il peso e la levità che abitano ogni canzone, lasciando emergere il senso profondo di un disco che vive proprio nella sua irrisolta dualità.
La Cattedrale nel Deserto
Un brano mistico, potente e totalizzante: l’incipit di Levia Gravia, il primo album degli ESERA, è il suono flebile di una conchiglia che, come ne Il Signore delle Mosche, chiama a raccolta gli ascoltatori.
Poi arriva la musica, con tutta la sua violenza. Musica che qui viene personificata da una figura femminile quasi letale: una presenza che travolge, seduce e disorienta. Il testo richiama Kierkegaard e la disperazione della scelta: scegliere è un’azione che implica sempre il sacrificio inevitabile di qualcos’altro. Sembra momentaneamente facile scegliere una sola persona o una singola direzione, guidati dall’euforia del sentimento, poiché in quel movimento “l’universo tace sopra l’uomo”.
Ci si può illudere di imboccare una strada con decisione, fomentati da quel sentimento; ma non si può sfuggire all’angoscia: ogni decisione sarà sempre abitata dal dubbio di ciò che non è stato.
Fame
“Il dolce latte dell’avversità”: più ne bevi, meno sazia.
Un legame spezzato, un fuoco debole che si alimenta di finzioni, sguardi e giochi disgustosi. L’esigenza di avere qualcosa o qualcuno, pur di non avere nulla. Ma l’inganno è lì: nell’inutilità di bere acqua di mare per fermare la sete.
È allora che Fame, nella sua sensualità melodica e armonica, esplode parossisticamente nell’isteria di chi si rende conto che sfiorare il minimo uccide più della solitudine.
Cu Ti Lu Dissi
“È stato il brano a sceglierci, non viceversa.”
L’idea di reinterpretare questo noto stornello popolare siciliano è stata un’esigenza. L’obiettivo era uno solo: mantenere la sofferenza viscerale del brano, evolvendolo in un qualcosa di nuovo e sperimentale. L’unione fra il folkloristico, con la chitarra toccata e la pelle percossa con le mani, e la sintetizzazione modulare: la materia che si fonde con l’astrazione dell’elettronica. L’amore, come la vita, finisce; ma l’eco di ciò che è stato si protrae in eterno. Le tombe – come i cuori dei vecchi amanti – non sono mai davvero vuote.
Amarire
Il brano più riflessivo e introspettivo di “Levia Gravia”.
Un limbo sonoro in cui i riferimenti ritmici sembrano quasi dissolversi.
Tutto è sospeso: strumenti e voce che, in questo caso, sussurra una breve storia. Una parabola che cela ermeticamente un significato prezioso e profondamente tetro: il peso di una vita in cui è costante il presagio della fine; il tempo che corre superandoci, senza concederci tregua.
Ma tutto questo dramma diviene pane spezzato e condiviso: la consapevolezza che ogni individuo è destinato alla stessa condizione genera un’unione che rinfranca. “Un brivido di gloria” di fronte a un buio che, inevitabilmente, arriverà per tutti. E rincuorati quindi da un dolore comune, ci si erge con le spalle dritte e il petto gonfio, come quando da bambini combattevamo le onde, mettendoci inutilmente di traverso al mare.
Purificami
La liturgia dell’incoerenza.
Il brano “Purificami” è il suono della violenza ideologica: una nenia eterea e corrotta, mistica e carnale come l’odio di chi la canta. Purificami è la marcia dell’oppressore che stronca il lamento dell’oppresso – chitarre e ritmi serrati sconvolgono un canto sacro, che invoca libertà: musica in tumulto.
Kaleí
Kaleí è musica di tormento.
Quando il senso di nulla preme sulle tempie, qualsiasi via d’uscita diventa salvezza; quando il vuoto ti strozza la gola, anche l’aceto vale come l’acqua. La gravità sonora di Kaleí è giustificata da ciò che vuole rappresentare: il tentativo di non soffocare. Ecco quindi spiegata la progressiva discesa del brano nella psichedelia che, come la follia, è il culmine di un’estraniazione messa in atto per fuggire da sé stessi. L’artista brucia la sua candela e, di fronte a lui/lei, ha uno spettatore che ingenuamente guarda con invidia.
Ah, ch’infelice sempre
Adattamento steampunk di una Cantata di Vivaldi – il Barocco che si fa elettrico. Una melodia lamentosa, sconsolata e dolce: quello che sentiresti risuonare nel cerchio dei lussuriosi dell’Inferno di Dante.
Male Muse
Una dedica senza giudizio a chi vuole spegnersi.
“Pick your poison” e dimentica: non esistono più i tuoi dolori, conta soltanto questa notte che vibra nella ripetitività di una cassa dritta che scuote lo sterno. L’elettronica si fa mantra – un mantra che muove ombre umide, appicciate in una stanza.
Corpi che brancolano nel buio e che danzano convulsamente all’unisono.
Outro
“Outro” è la silloge finale di Levia Gravia: il canto si ritira in voce narrante, rilasciando le tensioni dell’intero disco. La parola resta sola, nel deserto, mentre la musica si apre in un’architettura armonica che conduce alla fine. Non una conclusione, ma una soglia: tra assenza e potenza, tra levità e gravità.
Noi,
foglie d’acciaio,
in bilico sul nulla,
con il peso del cielo
tra le dita.
Ombre liquide
Sospese tra cielo e pietra.
Mani tese
scavano tra le vene del giorno.
Poi un’eco
sfiora il vetro dell’assenza.
Una voce nel vuoto,
Una vacua presenza.
Una voce nel vuoto,
Colma di potenza.