Lontana dall’intento di scrivere un masterpiece della letteratura italiana, ho voluto comunque riprendere dal buon vecchio Thackeray (e non da Marchetti, attenzione) la serialità delle narrazioni che si susseguono in Vanity Fair e su quella falsa riga costruire un altro tipo di storie.
Anzi, più che storie, le mie vogliono essere delle immagini che cercano di legare alla musica di un brano le sue possibili evocazioni di ambito stilistico, tale che, in questa fiera della vanità, a sfilare siano gli artisti vestiti delle loro note, dei colori invisibili che solo con un orecchio attento si possono percepire.
Sulla passerella della vanità, lasciamo che a succedersi sul catwalk (di artisti e musicisti), sia invece la nudità dell’indie.
Vikowski, Consistency
Il tema della persistenza attraversa l’intero lavoro: restare, scegliere, coltivare legami anche quando diventano complessi. Una tensione emotiva che si muove tra solitudine, nostalgia e desiderio di equilibrio, raccontata con misura e coerenza. Stiamo parlando di Consistency , un album che abbraccia con decisione un immaginario new wave e post-punk. Ne esce un disco dal respiro internazionale, maturo, pulsante.
The End of Something, The End of Something
Un album che sceglie il silenzio alle parole per lasciare spazio alla potenza evocativa del suono. Chitarre dilatate, riverberi e distorsioni costruiscono paesaggi cinematografici in continuo mutamento, dove ogni brano è una scena aperta. La natura diventa linguaggio emotivo, tra tensione e quiete, perdita e rinascita. Un viaggio strumentale lento e immersivo, che ci invita ad ascoltare sempre di più il circostante, meglio se naturale.
GIMA, +++rotto
In questo nuovo singolo GIMA gioca con la tensione fra vulnerabilità e forza espressiva, sondando i margini del pop elettronico internazionale. E allora al via a beat calibrati e melodie sottili, che costruiscono un microcosmo sonoro in cui ogni elemento sembra raccontare qualcosa di “rotto” eppure ancora vivo.
ESERA, Levia Gravia
Cose pesanti, cose leggere. È da questa oscillazione continua che prende forma Levia Gravia, esordio degli ESERA, un disco che rifiuta l’equilibrio comodo e sceglie invece la tensione come linguaggio. L’immaginario che accompagna il disco — fatto di deserto, architetture sacre e corpi in bilico — dialoga costantemente con i brani, rafforzando l’idea di un viaggio interiore dove superficie e profondità si riflettono a vicenda. Ogni traccia sembra abitare uno spazio preciso.
Popa, Marzo beige
Malinconico e sospeso tra inverno e primavera, il brano cattura la sensazione dei giorni che si somigliano, delle routine che diventano lente pause di riflessione. Nato da un mood invernale e intimista, il pezzo è un’invocazione al tempo per sé stessi, lontano dalla frenesia della FOMO e dalle luci della mondanità milanese. Popa osserva la città con occhi diversi, dipingendo una fotografia urbana senza artifici, mentre l’estetica visiva del video – persone in beige davanti a Casa Sola-Busca – amplifica il senso di attesa e di rinascita sospesa.
Paul Giorgi, Isole di Plastica
La scrittura è semplice ma incisiva, capace di evocare un tempo sospeso tra l’ingenuità e la nostalgia: l’amore puro dell’infanzia, quello che cresce insieme a noi ma che, col passare degli anni, rischia di allontanarsi o dissolversi. Le sonorità, coerenti con l’universo dell’album precedente, accompagnano il racconto con una delicatezza malinconica che non cerca mai l’enfasi, ma resta fedele al ricordo. “Isole di Plastica” è un piccolo monito emotivo: custodire ciò che resta, anche quando il tempo trasforma tutto.
In playlist
Cosmo, Ciao ASCOLTA
Tutti Fenomeni, Lunedì ASCOLTA
Francamente, La Casa dei Miei Nonni ASCOLTA
EDDA, Mucca Rossa ASCOLTA
Amarene, Universi Paralleli ASCOLTA
Fight Pausa, New Life (Berto) ASCOLTA
Hate Moss, A Hot Mess ASCOLTA
Imber, Lands Of The Mind ASCOLTA
Santamarea, Anime Storte ASCOLTA