Lontana dall’intento di scrivere un masterpiece della letteratura italiana, ho voluto comunque riprendere dal buon vecchio Thackeray (e non da Marchetti, attenzione) la serialità delle narrazioni che si susseguono in Vanity Fair e su quella falsa riga costruire un altro tipo di storie.

Anzi, più che storie, le mie vogliono essere delle immagini che cercano di legare alla musica di un brano le sue possibili evocazioni di ambito stilistico, tale che, in questa fiera della vanità, a sfilare siano gli artisti vestiti delle loro note, dei colori invisibili che solo con un orecchio attento si possono percepire.

Sulla passerella della vanità, lasciamo che a succedersi sul catwalk (di artisti e musicisti), sia invece la nudità dell’indie.

Svegliaginevra, La fine della guerra

Con La fine della guerra, Svegliaginevra (foto di copertina) mette un punto fermo a un lungo periodo di fragilità e turbolenze interiori. In questi nove brani però il dolore non viene mai spettacolarizzato ma accolto, osservato, lasciato sedimentare. Anche in questo nuovo lavoro la chitarra acustica fa da asse portante. La fine della guerra non è per niente un punto di arrivo, ma una parte di un percorso, sempre più maturo. Sempre più vero.

Pacì, Feluca

Un disco quasi interamente strumentale quello d’esordio di Pacì che costruisce paesaggi interiori attraverso pulsazioni, texture e improvvisazione, lasciando che siano ritmo e materia sonora a raccontare. Registrato in presa diretta, conserva quelle imperfezioni che lo rendono autentico. Il disco si muove tra elettronica discreta e radici profondamente mediterranee.

Ne emerge un viaggio intimo e fisico, più vicino a una traversata che a una raccolta di brani: un ritorno alla musica come gesto necessario, istintivo, condiviso. “Feluca” naviga tra memoria e presente, trovando equilibrio proprio nel suo continuo ondeggiare.

MESOSAUNA, Noi Dall’Altra Parte

Un brano teso e ipnotico, costruito su un basso ruvido e percussioni pneumatiche che sembrano scandire un rituale più che una canzone. La produzione essenziale amplifica il senso di straniamento, mentre le parole emergono come frammenti di un dialogo sospeso tra materia e visione. Il singolo è una danza scarna e magnetica che lavora per sottrazione, lasciando spazio a un’atmosfera inquieta e profondamente fisica.

Weekend Martyr, Cruel House

I Weekend Martyr consegnano un disco abrasivo e allucinato, dove testi frammentari si ripetono come mantra dentro paesaggi sonori logori e senza via d’uscita. L’ album rifiuta ogni consolazione e costruisce un rituale oscuro, più da attraversare che da interpretare. Nell’attitudine viscerale e nel senso di rovina affiorano echi lontani di Tom Waits e The Gun Club, evocati come spiriti guida più che come semplici riferimenti stilistici.

Dario Jacque, SANG

Dario Jacque costruisce un immaginario mediterraneo afoso e pulsante, dove afrobeat, jazz e psichedelia si intrecciano a una sensibilità tutta italiana, tra suggestioni pulp e memorie cinematografiche anni ’70. Il concept si muove come una mappa emotiva tra Sud Italia e Nord Africa, tra decadenza e desiderio di trasformazione.
Il lato afrobeat dialoga con quello più orchestrale con naturalezza, senza nostalgia.

Gaia Banfi, Al suo riposo/ In luce

Gaia Banfi firma due brani speculari e necessari, qui la canzone d’autore si dilata tra elettronica, suoni imperfetti e una voce usata come spazio e materia. Al suo riposo accoglie l’amarezza della fine con lentezza e cura, mentre In luce la sublima in visione, affidandosi a un organo fragile e carico di memoria.

In playlist

georgia, georgia, Looking for affection  ASCOLTA

Seldom Pretty, Shame on you  ASCOLTA

Matteo Alieno, Spalle ASCOLTA

Andrea Laszlo De Simone, No es real (Mabe Fratti rework)  ASCOLTA

POPULOUS, CHILL OUT ZONE  ASCOLTA

Sacrobosco, Dreamlike Places  ASCOLTA

Michele Bitossi, Partigiano VIDEOCLIP