Poplar punto. Bastarebbe viverlo per capire cos’è veramente senza la necessità di aggiungere altro o di sbandierare come spesso accade oggi giorno sold out urlati (perché se non lo fai non sei nessuno) e altri obbiettivi dell’industria (perché ormai è puro business) musicale italiana che poco hanno a che fare col promuore la musica come un esperienza unica e di accrescimento culturale.
Facciamo questa piccola ma doverosa premessa controcorrente perché i festival e i concerti dovrebbero essere si sostenibili per chi li organizza ma in primis accessibili a tutti per esser un vero strumento di aggregazione e di cultura. In un periodo storico in cui: si parla di artisti e grandi player internazionali che si riempiono le tasche dei soldi dei loro fan con 120 euro per un posto in parterre e che in parte per colpa degli stessi fan vanno sold out in pochi minuti alimentando queste dinamiche non più sostenibili (per le nostre tasche); la Milano dei concerti estivi non offre se non in rare occasioni esperienze vere e non situazioni in cui farsi un selfie per dire io c’ero in location tutt’altro che confortevoli, in cui si lucra fin su una bottiglietta d’acqua a 3 euro in piena estate; Concerti che se non si raggiungiungono i numeri di biglietti venduti in prevendita pari alle aspettative vengono cancellati con un semplice “per motivi logistici indipendenti da..” e chi se era organizzato trasferte, viaggi e vacanze la prende in quel posto; in Italia i festival partiti dal basso faticano a star in piedi (diversi chiudono battente o si prendono una pausa) perché non più autosostenibili per i costi imposti da burocrazia e mercato musicale, non adeguatamente sostenuti dalle amministrazioni locali e nazionali e penalizzati dalle scelte economiche a cui è sottoposto il pubblico (consiglio la lettura dei recenti post di Musical Zoo o di Diluvio Festival per citarne alcuni).
In questo scenario che fa riflettere, Poplar a Trento, da 4 anni anni per noi è casa, per noi è “the place to be”, e per il suo pubblico sempre crescente, è e sarà (speriamo per molto tempo) un punto di riferimento, un luogo dove rallentare e ritrovarsi nella musica e nella condivisione, per vivere quattro giorni fuori dal tempo! A Poplar grazie alla forza dei suoi volontari, grazie ad una linea ben chiara intrapresa, grazie al prezioso sostegno dell’istituzioni e dei partner del territorio, con un abbonamento da 80 euro (si avete capito bene) e biglietto singoli a 29 euro, si poteva assistere a live clamorosi da King Krule (cover ph. Marco Iemmi) a L’Impératrice, da Franco 126 a Confidence Man senza dimenticare Altin Gün, Franc Moody, Myd, Pop X, Ceri Wax, Camoufly, Post Nebbia, Joan Thiele tra i nomi di punta che hanno fatto cantare e ballare il pubblico e ascoltare nomi emergenti che magari non conoscevate ed innamorarvene (perché non bisogna ascoltare solo i soliti noti), mangiare e bere a prezzi contenuti (finalmente), offrire (come ogni festival o grande evento nazionale che si rispetti dovrebbe fare) acqua gratuitamente.
Al via già dal pomeriggio, Poplar Cult rinnova anche nel 2025 l’impegno dell’intero festival non solo nel mondo musicale ma anche nelle questioni che interessano il dibattito pubblico, quest’anno prima fra tutte il genocidio del popolo palestinese. Due i panel dedicati all’argomento e guidati da Riccardo Corradini: il primo il giovedì con Karem Rohana ed Eleonora Colpo, il secondo la domenica, con la giornalista Cecilia Sala (ph. Emma Bonvecchio). Grandissima la partecipazione, a confermare l’urgenza che questo tema assume. Oltre ai panel, organizzate numerose attività, workshop e laboratori in collaborazione con enti, associazioni e collettivi locali: un modo per coinvolgere attivamente la cittadinanza e creare un festival che nasce e cresce insieme alla comunità.
C’è ancora speranza in questo paese. Poplar ci sta indicando la via da seguire per fare musica e cultura.. accessibile a tutti.