Gli Amari sono tornati. Che poi, dov’erano finiti? Una risposta c’è: erano a fare i conti con la vita adulta, quella roba complicata fatta di figli, ambizioni che si sgonfiano, città che cambiano, sedute di psicoterapia (anche!) e giornate in cui persino portare a spasso il cane può diventare un’impresa filosofica.
Finta di Niente, uscito il 2 ottobre per La Tempesta Dischi, contiene dieci canzoni che parlano di desideri sbagliati, rancori adolescenziali e di tutte quelle cose che ti costringono a guardarti allo specchio. Nel frattempo girano sintetizzatori, beat storti e qualche momento di tenerezza – che arriva quasi di nascosto. Gli Amari continuano a fare quello che gli riesce meglio: canzoni che non sai mai bene dove metterle, come etichettarle, e sempre con quei testi che fanno un po’ sorridere – ma che poi, quando meno te l’aspetti, ti tirano una discreta mazzata emotiva. Chi c’era ai tempi di Grand Master Mogol lo sa. Questa band ha la strana capacità di far convivere cose che, sulla carta, non dovrebbero proprio funzionare insieme. E anche stavolta non sembravano particolarmente interessati a mettere ordine. Il titolo dell’album, dopotutto, dice già parecchio.
A volte fare finta di niente è l’unico modo per non farsi travolgere da tutto il resto.
Abbiamo chiesto a Pasta e Dariella di smontare la tracklist, pezzo dopo pezzo, tra vecchi fantasmi, nuove ossessioni e qualche conto ancora aperto.
1) Le cose che voglio
Pasta: Come trasformare un tormento in un sollievo, prendendo nota del percorso fatto per arrivarci. La musica già c’era, la stavamo covando ormai da tempo, ma (come è spesso capitato in questo disco) per trovare le parole giuste abbiamo dovuto aspettare quel preciso sassolino nella scarpa, e la voglia di fermarci a toglierlo.
2) Tutto torna
Pasta: Un altro momento eureka del disco: si parla di eventi e persone significative, che per i casi della vita riaffiorano a distanza di anni continuando uno strano effetto domino. È stato un feeling ricorrente durante la lavorazione di questo disco, a partire dal nostro stesso ritorno. Nasce come una filastrocca che mi sono ritrovato in bocca passeggiando per Bologna nelle settimane di session di lavorazione del disco: dovevamo lavorare ad altre canzoni ma abbiamo fermato tutto per registrare questa.
3) Siamo pari
Pasta: Per questo dissing dal finale a sorpresa ci è venuto naturale immaginarlo come un rap, disperato come solo un adolescente sa essere. È fra gli ultimi brani che abbiamo scritto per il disco, forse è nato proprio cercando un elemento di rottura all’interno della tracklist. Autoanalisi o autocritica? Devo ammettere che dà una certa soddisfazione concedersi di urlare quelle parole alla nostra età!
4) Gli atomi del mare
Dariella: Il testo de “gli atomi del mare” è uscito tutto in una volta ed è stato in seguito adattato alla musica sui cui è costruita la canzone. Diciamo che probabilmente il tema del pezzo era una cosa su cui stavo rimuginando da anni, di sicuro da quando è nato il mio primo figlio e sicuramente questa esperienza della neogenitorialità ha scatenato una valanga interiore notevole rispetto al rimettere in prospettiva la relazione vissuta con mio padre (al mio “essere figlio”) rispetto al diventarlo a mia volta. A corroborare il tutto con un immaginario fitto di similitudini “siderali” ci si è messo pure un libro meraviglioso di biogenesi che stavo leggendo nel periodo in cui è nato il pezzo, ovvero, “Breve storia della terra sulla terra” di R. Hazen.
5) Bisogni
Dariella: Inizialmente dico solo che nel mio hard disk il provino di questa traccia si chiamava “Gianmichelle”, in onore del grandissimo Jean-Michel Jarre. Effettivamente bastano pochi secondi per percepire subito l’ombra lunga intessuta di arpeggiatori dell’uomo che sta dietro a capolavori della musica elettronica come “Equinox”. A posteriori questa pazza cavalcata strumentale tutta lanciata ad un alzare la posta in termini di intensità ritmica non poteva che concludersi e schiantarsi dentro la placidità sospesa di “porto a spasso il cane”, come fosse un treno in corsa che precipita dentro un lago immacolato.
6) Porto a spasso il cane
Pasta: Dopo la frenesia dei nostri bisogni che girano incessantemente nella testa, arriva il momento di prendere una boccata d’aria. È il cane che ci chiede di portarlo a spasso o siamo noi ad averne davvero bisogno? In questo tramonto con le orecchie tese ad ascoltare (e ad ascoltarsi) la musica diventa una ballad dal sapore di pianobar.
7) Locuste
Dariella: Se non sbaglio anche il testo di locuste è uscito abbastanza di getto e anche in questo caso questa tematica dell’overtourism percepito come una piaga da apocalisse è il risultato di un prolungato soffermarmi col pensiero su un dato di fatto esperienziale; effettivamente Bologna (la città in cui vivo) sta cambiando velocemente e sotto i miei occhi ancora increduli. Rimane ancora fissato nella memoria il momento in cui, in maniera molto naturale, ho sentito e seguito il binario ispirazionale di “Aspettando il sole” di Neffa che inaspettatamente è comparso nella stesura del “ritornello” della canzone.
8) Superstiti
Pasta: Riconoscere un volto familiare vagando fra le macerie di un mondo che non esiste più. Succede in questo paesaggio scarno: un loop di drum machine, delle sventagliate di arpeggiatori che ci girano attorno, poco altro. Un barlume di speranza e di conforto dopo l’ennesima battaglia con il proprio passato.
9) Purè di scintille:
Dariella: Questa è una canzone che parla di come fondamentalmente funzionano i neuroni specchio. Anzi, non è la canzone a farlo per davvero ma sono i nostri figli a spiegarcelo per bene, iniziando a deformare i nostri atteggiamenti, imparando a comportarsi aggrappandosi ai nostri difetti e generando, nel momento in cui accedono alla verbalizzazione, un linguaggio autonomo che si scolla dalla sopracitata funzione neurologica. Purè di scintille descrive il momento in cui i bambini iniziano a far comparire le prime crepe nello specchio rivolto verso di noi su cui si arrampicano per crescere.
10) Nelle ore di punta:
Dariella: Questa canzone invece, ha una sorella mai nata. Si, il testo di questo pezzo è stato rimaneggiato ripartendo da quello di un pezzo completamente diverso che avevo scritto e registrato in solitaria anni fa. Di quella canzone, l’unica frase che è rimasta tale e quale è “si sveglia e si ricorda che forse era un genio”. Dentro questa frase ci sono tutti gli ingredienti della canzone: io che mi sveglio da un’esperienza onirica, il complesso dell’impostore che permette all’autostima di manifestarsi solo in stati di incoscienza, il ricordo sfalsato e quindi una voragine di reminiscenze che vanno dagli ultimi giorni di mio padre a chissà quale diavoleria messa in pratica dal mio cervello per farmi tenere il broncio per tutta la giornata.
E gli Amari porteranno dal vivo nei club il nuovo album il 14 novembre all’Arci Cral a San Vito al Tagliamento, il 21 al Baumhaus di Bologna, Il 27 all’Argo16 di Venezia, il 24 gennaio all’Arci Bellezza a Milano. Listening Party invece il 28 ottobre alla libreria Modo Infoshop di Bologna. Date in aggiornamento
Foto credits @ Erik Tulissio