Lontana dall’intento di scrivere un masterpiece della letteratura italiana, ho voluto comunque riprendere dal buon vecchio Thackeray (e non da Marchetti, attenzione) la serialità delle narrazioni che si susseguono in Vanity Fair e su quella falsa riga costruire un altro tipo di storie.
Anzi, più che storie, le mie vogliono essere delle immagini che cercano di legare alla musica di un brano le sue possibili evocazioni di ambito stilistico, tale che, in questa fiera della vanità, a sfilare siano gli artisti vestiti delle loro note, dei colori invisibili che solo con un orecchio attento si possono percepire.
Sulla passerella della vanità, lasciamo che a succedersi sul catwalk (di artisti e musicisti), sia invece la nudità dell’indie.
Andrea Laszlo De Simone, Una lunghissima ombra
Una lunghissima ombra, il nuovo lavoro di Andrea Laszlo De Simone (foto di copertina (c) Giovanni Canitano), è un’epopea emozionale che fonde cantautorato, psichedelia e visioni cinematografiche. È un disco facile solo all’apparenza: richiede attenzione, silenzio, disponibilità. Ma chi lo attraversa scopre un’opera che ti resta dentro, che pulsa e ti fa uscire trasformato.
Tare, Acqua Alta/Pufu
In Acqua Alta il duo vicentino trasforma la sirena veneziana in un mantra ambient, tra archi, sax e synth che evocano la laguna come una creatura viva e insondabile. Poi arriva “Pufu”, dove il beat si contamina con l’hip-hop. Due brani che si aggiungono all’album di recente uscita “GAS” e che confermano la band come una delle più curiose della nuova scena alternativa italiana.
ESERA, Cu Ti Lu Dissi / Kaleí
Gli ESERA firmano un debutto in cui corpo e spirito si uniscono e generano un doppio singolo a matà strada tra tradizione e sperimentazione. Il trio toscano rilegge infatti in chiave elettronica il famoso canto siciliano rendendolo un vero e proprio rituale psichedelico, mentre “Kaleí” affonda nel vuoto fino a farne un atto catartico. Gli ESERA costruiscono un altare dove la tradizione diventa materia viva e l’oscurità trova finalmente la sua forma.
MIVERGOGNO, Happy
Con “Happy”, MIVERGOGNO trasforma un “ottimo periodo di merda” in un album che suona come un pugno e una carezza insieme. Un concept diretto e disilluso, dove la felicità del titolo in realtà è solo un miraggio, un’idea che si rincorre senza mai davvero raggiungerla. “Happy” è punk rock esistenziale, asciutto ma emotivo, che scava nelle contraddizioni di chi cerca luce in mezzo al caos. MIVERGOGNO non vuole darci risposta, ma una certezza sì: che la fragilità, a volte, può suonare dannatamente bene.
Marco Giongrandi, When Birds Call in the Darkness
Un disco che sembra sussurrato da una stanza in penombra quello di Marco Giongrandi. Otto brani costruiti come piccole poesie, dove ogni parola diventa immagine. Gli uccelli, il mare, le foglie e i volti amati si intrecciano in un racconto intimo, sospeso tra sogno e memoria. Registrato quasi interamente in presa diretta, con pochi strumenti e molta verità, il disco rifugge la produzione patinata per restare vicino alla pelle, al cuore.
Moon Blue, Tropicale
Una dichiarazione d’amore sospesa tra Roma e la costa britannica. Tra suggestioni italo disco, sfumature vintage e un’eleganza che rimanda a Battisti e Ornella Vanoni, “Tropicale” cattura l’atmosfera di un’estate che non vuole finire, dove la malinconia si mescola alla calda brezza. È un brano che profuma di tramonti sul Tevere e di amori che diventano musica, sincero e romantico, come un bacio dato sotto una luce al neon.
oodal, Vivere le vite degli altri
L’album ci mostra un percorso, una lunga strada con tante deviazioni che a volte ci portano indietro e a volte ci fanno perdere. Nasce dalla consapevolezza di cosa significhi perdere qualcosa di fondamentale e di come ogni cosa, quando questo accade, deve assumere un nuovo significato, una propria identità. È l’identità il filo conduttore, quella che inconsapevolmente si forma intorno alle vite degli altri, che si solidifica diventando rocciosa e impenetrabile, rendendo a volte difficile distinguere sé stessi da chi si ha intorno. La strada da percorrere ci porta a trovare tutti i pezzi di noi stessi che non ci appartengono per poterceli staccare di dosso. Le vite degli altri sono anche quelle che si è costretti a perdere per potersi ritrovare, nonostante l’amore che rimane e che vorrebbe tenerci uniti.
In playlist:
CALEYDO e BASSI MAESTRO, Panopticon ASCOLTA L’ALBUM QUI
Hobby Solo, Viaggio Antonacci ASCOLTALA QUI
Leatherette, Hey There ASCOLTALA QUI
Little Pieces of Marmelade, Mexican Sugar Dance ASCOLTALA QUI
Pugni, Talento ASCOLTALA QUI
Dadamatto, Fumo ASCOLTALA QUI