Lontana dall’intento di scrivere un masterpiece della letteratura italiana, ho voluto comunque riprendere dal buon vecchio Thackeray (e non da Marchetti, attenzione) la serialità delle narrazioni che si susseguono in Vanity Fair e su quella falsa riga costruire un altro tipo di storie.
Anzi, più che storie, le mie vogliono essere delle immagini che cercano di legare alla musica di un brano le sue possibili evocazioni di ambito stilistico, tale che, in questa fiera della vanità, a sfilare siano gli artisti vestiti delle loro note, dei colori invisibili che solo con un orecchio attento si possono percepire.
Sulla passerella della vanità, lasciamo che a succedersi sul catwalk (di artisti e musicisti), sia invece la nudità dell’indie.
Rareș, Sincero!
Come si intuisce dal titolo del nuovo album, Rareș (foto di copertina) è ci ha consegnato nella mani Sincero!, un disco in cui convergono tutte le anime che hanno attraversato il suo percorso: l’indie emotivo degli inizi, le deviazioni più sperimentali e una scrittura pop che oggi sembra aver trovato la sua forma più naturale. Il risultato è un disco che suona leggero solo in apparenza, perché sotto melodie immediate, fiati eleganti e arrangiamenti luminosi si nasconde un continuo terremoto sentimentale. È un album che parla della fine dell’amore senza mai fermarsi a un solo stato d’animo: c’è la malinconia, la rabbia, l’accettazione, la nostalgia e persino una certa ironia nel modo in cui Rareș osserva le proprie ferite, in maniera alleggerita, ma mai vuota.
Arianna Pasini, Buio
Il brano si muove in punta di piedi, tra folk d’autore e suggestioni chamber pop, lasciando emergere una sensazione costante di smarrimento e allo stesso tempo la ricerca di radici profonde. Tutto sembra galleggiare in equilibrio precario, come se la canzone stessa cercasse un posto dove fermarsi. “Buio” racconta quel sentirsi fuori posto che spesso non ha un motivo preciso ma attraversa ogni cosa, trasformando la vulnerabilità in qualcosa di estremamente concreto e condivisibile.
Flame Parade, White and Torn
Chitarre distorte e liquide si muovono dentro un’atmosfera dream pop eterea e stratificata, che cresce lentamente fino a diventare quasi ipnotica, senza mai perdere delicatezza. . “White and Torn” non parla solo di dolore, ma di consapevolezza, di quel momento in cui si smette di inseguire un’immagine ideale e si prova, finalmente, ad abitare davvero sé stess*. I Flame Parade scelgono una scrittura emotivamente più scoperta rispetto al passato, lasciando entrare una luce diversa, più autentica.
Kint, New Waves
Il brano vive in quella zona grigia dove convivono paura e desiderio, radici e fuga, mentre le chitarre shoegaze si intrecciano a un impianto goth blues e noise rock che rende tutto più viscerale e stratificato. Le saturazioni e i riverberi costruiscono un paesaggio sonoro inquieto, quasi in continuo movimento, capace di alternare momenti di piena emotiva a improvvise aperture sospese. I Kint confermano così un’identità sonora personale e abrasiva, lontana dalle formule più prevedibili dell’alternative contemporaneo.
SI! BOOM! VOILA’!, QUELLI BUONI
“QUELLI BUONI” dei SI! BOOM! VOILÀ! non prova minimamente a essere accomodante — ed è proprio questo il punto. Il nuovo singolo della band esplode in una scarica noise/punk nervosa e abrasiva, trasformando la critica sociale in qualcosa di fisico, sporco, quasi ingestibile. Il brano attacca quella necessità continua di apparire moralmente impeccabili, mettendo in discussione il bisogno collettivo di stare sempre “dalla parte giusta”. Nessuno escluso. Nemmeno chi racconta. I SI! BOOM! VOILÀ! continuano così a costruire un immaginario sonoro rabbioso e lucidissimo, dove il caos non è solo estetica ma un modo preciso di stare dentro il presente.
BAZAAR, I am the monster
Con “I am the monster” i BAZAAR entrano nel roster di Factory Flaws mettendo subito in chiaro la direzione: post-punk nervoso, cupo e profondamente contemporaneo. Il suono è denso, stratificato, attraversato da chitarre tese e pulsazioni scure che richiamano tanto l’estetica UK più recente quanto certe ombre alternative anni ’90. La voce resta sospesa, distante ma magnetica, come se osservasse il caos senza riuscire davvero a uscirne.
In playlist
Giuse The Lizia, Istruzioni ASCOLTA QUI
juni, shaolin master ASCOLTA QUI
Carol, Star ASCOLTA QUI
I’m Not a Blonde, 11 (The Art of Being a Couple) ASCOLTA QUI
Tristitropici, Traduzioni ASCOLTA QUI
Banda Maje, Costa Sud ASCOLTA QUI
filospada, Il linguaggio dei serpenti ASCOLTA QUI
Mace ft. Salmo, Colapesce, Cattive Abitudini ASCOLTA QUI
Calibro 35, Riots ASCOLTA QUI
DARIA HUBER, Ancora ancora ASCOLTA QUI