Ogni tanto, quando parliamo di opera, mia nonna mi chiede perché, ai giorni nostri, non nascono più geni come Giuseppe Verdi.
Dopo aver visto “It’s never over, Jeff Buckley”, il documentario su Jeff Buckley al cinema il 16, 17 e 18 marzo e arrivato alla prima posizione del box-office, ho ripensato molto alla musica come elemento totalizzante nella vita di un artista. Al fatto che il resto, spesso, sembra solo un contorno. Importante, per carità, ma pur sempre e solo un contorno. A chi sostiene che l’arte, quella vera, può nascere solo dall’esperienza del dolore (“Perché quando sono felice esco”). E che dal dolore non ti liberi quasi mai del tutto.
A 60 anni dalla sua nascita il cantautore viene celebrato con quasi 2 ore di interviste – parlano cantanti come Ben Harper e gli U2, le fidanzate Rebecca Moore e Joan Wasser, la madre Mary Guibert – e musica. Tanta musica live, dalle prime esibizioni al Sin-é con le cover di Nina Simone e Leonard Cohen fino al Festival di Glastonbury e il lunghissimo tour promozionale del suo primo e unico album in studio “Grace”. La voce di Jeff è presente durante tutta la narrazione, tra interviste, messaggi in segreteria lasciati alla madre, pensieri e sfoghi.
Fil rouge del documentario è il racconto della genesi e della realizzazione del disco che gli cambierà la vita, e su cui Jeff ottiene una totale libertà, sia dal punto di vista musicale che di scelta delle grafiche e delle immagini: lotta molto, anche a costo di accumulare un grande stress psicologico, per avere tutto il tempo necessario di creare la sua musica e di presentarla al mondo come meglio crede.
La Columbia non vede di buon occhio le cover in un debut album, ma lui le inserisce. La copertina risulta “troppo effemminata”, ma Jeff non la cambia. Lo mandano nei programmi televisivi e a rilasciare interviste ma lui non è mai completamente a suo agio: preferisce suonare. Jeff è timido e introspettivo, “stona” con la mascolinità tipica delle rockstar degli anni ‘90, propone sonorità lontane dal grunge ed è innamorato di Nusrat Fateh Ali Khan, Edith Piaf e Dmitri Shostakovich.
“My main influences? Love, anger, depression and Zeppelin.”
Il successo, si sa, è sempre un banco di prova complesso per un giovane artista. E, soprattutto in questo caso, pressioni di case discografiche, aspettative di agenti, debiti da estinguere per la realizzazione di “Grace” mal si sposano con la fragilità, la delicatezza, la profondità emotiva di Jeff. Lui stesso arriva a diagnosticarsi un disturbo maniaco-depressivo poco prima di morire.
Si può definire, la sua, un’esistenza tormentata? E quanto ha influito l’assenza del padre? Quando un giornalista chiede a Jeff cosa gli abbia lasciato in eredità il cantante folk rock Tim Buckley, lui risponde “People who remember my father”. Ma anche, evidentemente, un bagaglio di traumi estremamente ingombrante, che emerge forte e chiaro nelle interviste, nelle chiacchiere con fidanzate e amici, nel voler rimarcare che lui ha “my own music”. Tim muore di overdose all’età di 28 anni: Jeff lo incontra solo una volta nella sua vita, all’età di 8 anni, quando passa con lui qualche giorno per poi essere messo su un bus perché papà deve tornare alla sua musica.
“It’s never over, Jeff Buckley” parla di vita attraverso le persone che hanno amato Jeff: “We where these two sensitive young souls who found each other” racconta Rebecca Moore, mentre Karl Berger, che in “Grace” si occupò degli arrangiamenti degli archi, scherza sul fatto di essere più conosciuto per il lavoro con Jeff che per la sua musica. L’epilogo lo conosciamo tutti, è amaro e a tratti misterioso, ma contribuisce a creare il suo mito.
Jeff Buckley si è esibito per l’ultima volta in Italia alla Festa Comunale dell’Unità di Correggio. Era il 15 luglio 1995 e il giorno dopo avrei compiuto 4 anni.
Ripenso alla sua biblioteca, con dentro Ezra Pound, Umberto Eco, T.S Eliot.
Ripenso alla mia amica che interpreta “Halleluja” voce e chitarra in una chiesa sconsacrata.
Ripenso a cosa ho provato la prima volta che “Grace” ha risuonato nelle mie orecchie: inquietudine e purezza. E il suo muoversi tra quelle note alte e basse con così tanta disinvoltura e armonia, il dolore che incontra la dolcezza, non è forse questo che lo pone in quello stato di grazia che lo ha reso immortale?
Cover foto @ courtesy IT’S NEVER OVER: JEFF BUCKLEY Official Website