Lontana dall’intento di scrivere un masterpiece della letteratura italiana, ho voluto comunque riprendere dal buon vecchio Thackeray (e non da Marchetti, attenzione) la serialità delle narrazioni che si susseguono in Vanity Fair e su quella falsa riga costruire un altro tipo di storie.
Anzi, più che storie, le mie vogliono essere delle immagini che cercano di legare alla musica di un brano le sue possibili evocazioni di ambito stilistico, tale che, in questa fiera della vanità, a sfilare siano gli artisti vestiti delle loro note, dei colori invisibili che solo con un orecchio attento si possono percepire.
Sulla passerella della vanità, lasciamo che a succedersi sul catwalk (di artisti e musicisti), sia invece la nudità dell’indie.
Sleap-e, Not a boy, not a girl
C’è qualcosa di necessario, quasi urgente, nel ritorno di Sleap-e (foto di copertina). “Not a boy, not a girl” si muove come un mantra su coordinate sonore sporche e dirette, tra garage, punk e vibrazioni surf che strizzano l’occhio a una certa estetica DIY americana. La negazione del titolo che si trasforma in affermazione, in un rifiuto delle categorie per annullare il dualismo. Una scossa breve ma intensa.
Flame Parade, Criminal Gospel
“Criminal Gospel” è un ritorno alla materia, dopo aver sfiorato l’astrazione. I Flame Parade costruiscono un brano dal respiro cinematografico, dove chitarre distorte e synth sospesi si rincorrono in un equilibrio instabile, fino a esplodere in un ritornello ipnotico, quasi rituale.
Rimettere i piedi a terra, accettare il peso delle cose reali. E suonare senza filtri.
Fabric, Until We Are Free
I fabric costruiscono un disco vivo, pulsante, dove funk, soul e afrobeat diventano linguaggio politico prima ancora che musicale: si balla, sì, ma con addosso tutto il peso (e la voglia di scardinarlo) del presente.
Qui la festa di cui cantano è un atto di resistenza, e il ritmo una presa di posizione. E mentre tutto spinge al movimento, il messaggio resta: finché non saremo liberi davvero, non si smette di suonare, né di lottare.
Katana koala kiwi, Il territorio delle meduse
Ci sono dischi che cercano una forma, e altri che scelgono di restare fluidi, impossibili da afferrare del tutto. Il territorio delle meduse, esordio dei Katana Koala Kiwi, appartiene decisamente alla seconda categoria: un lavoro viscerale e irrequieto che si muove per stratificazioni, contrasti e derive emotive. Il cuore del disco sta in un dualismo costante: luce e ombra, uomo e natura, controllo e abbandono. Le meduse diventano simbolo perfetto di questo equilibrio fragile. Creature sospese, adattabili, ma anche segnali di un ecosistema che cambia e si deteriora.
Mammaliturchi, Melina/ Tutto questo ti ucciderà
Due brani, un unico spazio emotivo: quello in cui memoria e presente si toccano senza mai davvero coincidere. Melina è un canto che sembra arrivare da lontano. Una filastrocca in siciliano che diventa ponte tra vivi e morti, tra ciò che resta e ciò che continua altrove. Dall’altra parte, Tutto questo ti ucciderà cambia prospettiva: più diretto, più spoglio, più inquieto. Qui il conflitto è interno, fatto di silenzi, rinunce e frasi che tornano come un’ossessione. L’amore perde ogni romanticismo e si trasforma in qualcosa di ambiguo, che trattiene e consuma allo stesso tempo.
LAZZARO, YAGO
Yago è rabbia che pulsa sottopelle e poi esplode, senza chiedere permesso. Il ritorno di Lazzaro passa da qui: una rivendicazione diretta, sporca di realtà, che sa di cemento, frustrazione e desiderio di riscatto. Il brano mette a fuoco una condizione precisa – quella di chi è giovane ma già stanco di sentirsi fuori posto – e la trasforma in un racconto doppio, dove la figura del cane Yago, appunto, diventa specchio istintivo e feroce di chi narra. Ringhiare, difendersi e prendere il proprio spazio.
Davide Shorty, Might Delete Later (Oppure Forse No)
Dopo aver suonato alla cerimonia di chiusura delle Olimpiadi Invernali all’Arena di Verona, Davide Shorty torna con un brano che unisce hip hop, jazz e soul con un groove serrato e contemporaneo. Tra ironia e consapevolezza, il pezzo riflette sul tema dell’identità nell’era dei social, alternando barre incisive a un interplay vibrante tra piano e chitarra.
DJ GRUFF feat. Lauryyn, Valerio “Combass” Bruno, Peppo Grassi, Roberto Chiga e Emanuele Naima, Pensaci
“Pensaci” è una canzone d’amore atipica e profonda che esplora sonorità diverse ed inedite. La poesia tagliente di DJ Gruff si spoglia per diventare introspettiva, cullata ed esorcizzata dall’intensa e intima vocalità di Lauryyn. Le atmosfere urbane dell’hip hop e la morbidezza del soul si mescolano così all’essenza delle sonorità salentine. Ad impreziosire l’arrangiamento c’è un tappeto musicale interamente suonato dal vivo: il mandolino e le mandole di Peppo Grassi, il piano di Lauryyn, il basso di Valerio “Combass” Bruno, le percussioni di Roberto Chiga e la chitarra di Emanuele Naima.
In playlist
Arianna Pasini, A galla ASCOLTA QUI
Francamente, BITTE LEBEN ASCOLTALO QUI
Mille Punti, Una Pace Interiore ASCOLTA QUI
Lorenzo_BITW, Club della Fortuna ASCOLTA QUI
MACE, Levitating High ASCOLTA QUI
GIMA, +++calmo ASCOLTA QUI
Alsogood, Feliz ASCOLTA QUI
Angel Names, Un Dolce Finale ASCOLTA QUI
Sacramento, The Old Car ASCOLTA QUI
COSMO, La Fonte ASCOLTALO QUI